I have a dream…

Era il 1963, una giornata calda come non poche a Washington DC.
Davanti a una folla di migliaia di persone di colore, Martin Luther King pronunciava il suo più famoso discorso:

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una azione nella quale non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per le qualità del loro carattere. Io ho un sogno oggi!

Forse non tutti sanno che Martin Luther King era di Atlanta. Vivere qualche giorno in questa città, sapendo quali a quali grandi cambiamenti ha dato vita, ci riempie di stima e rispetto per chi si batte per i diritti dei più deboli.
Tanto da diventare il tema delle nostre magliette della RoboCup. Un Aibo che arringa una folla immaginaria, e una scritta “I have a dream”: questo è il nostro logo quest’anno.

Con lo spirito nero dentro ci avventuriamo alla scoperta di questa città del sud. Già all’uscita dell’aeroporto, al nostro arrivo da Londra un’inspettata
sorpresa ci si presenta davanti agli occhi: il 90% della popolazione è di colore.
Fa un certo effetto vivere i nostri primi giorni americani in una città quasi del tutto nera. Ci si aspettava una tipica città da film americano, macchine grosse, persone anche, hot dog e patatine, Coca Cola e marshmallow.
Camminare lungo le strade alla ricerca di un posto dove mangiare, o aspettare il “bianco” (tale è il colore dell’omino del semaforo che ti da il permesso di attraversare) mentre un’autobotte dei pompieri sfreccia con un rumore assordante lungo le strade di una città un po’ indolente, sembra di stare dentro un film ambientato lungo le coste del Mississipi, con gli schiavi che raccolgono il cotone nei campi.

Purtroppo abbiamo popco tempo per addentrarci in profondità alla scoperta delle bellezze di questa città.
In due giorni si ha giusto il tempo di calarsi nei panni del perfetto turista e di fare subito un salto nel cuore del sogno americano.
Nel nostro primo giorno di vacanza, dopo le fatiche della RoboCup, decidiamo di visitare una delle attrazioni più sopravvalutate di Atlanta: World of Coca Cola, ovvero il fulcro della macchina pubblicitaria che si fa carico di promuovere nel mondo questo simbolo americano.
Ci destreggiamo tra insegne pubblicitarie d’altri tempi, gridolini compiaciuti dei simpatici consumatori di bollicine che rispondono diligenti alle
sollecitazioni dell’imbonitrice di turno (“sapevate che il padre di mio padre lavorava qui alla Coca Cola? Wow!!!”) e l’immancabile sezione dedicata alla
degustazione gratuita di bevande distribuite in tutto il mondo sotto il marchio Coca Cola.
Sappiamo di trovarci in mezzo a un mega spot pubblicitario, ma decidiamo di adeguarci e farci travolgere dal consumismo di massa. Persino io compro qualche gadget giusto per sfogare il demone dello shopping che alberga sopito in ognuno di noi.

Per ristorare le membra dopo tante bevute, quale luogo migliore del parco del centenario delle Olimpiadi?
Questo simpatico parco è molto carino con ampi prati verdi e tantissime aiuole colorate. Al momento della nostra visita decine di bambini fanno un sensato utilizzo delle simpaticissime fontane rasoterra. Da noi i bambini probabilmente d’estate vanno in colonia al mare, divertendosi a rotolare sulla sabbia come dei piccoli ippopotami nel fango. Dalle parti di Atlanta il mare è alquanto lontano, diciamo intorno ai 300 km, quindi probabilmente i genitori non sono proprio dell’idea di mandare in colonie così lontane i propri figli.

Dunque ci si adatta come si può, mandandoli al parco cittadino, facendoli divertire con getti d’acqua che all’improvviso escono dai cerchi olimpici disegnati per terra.
Il loro divertimento è almeno pari a quello dei turisti, che rimnagono estasiati da questo spettacolo innocente e rinfrescante allo stesso tempo. Da parte nostra proviamo tantissima invidia nel non poter fare lo stesso. Il caldo qui è veramente tanto e il miraggio di rinfrescarsi in questa maniera è ancora più torturante del non poterlo fare.

La stanchezza di lunghe nottate di bug squashing si fanno sentire a fine giornata e decidiamo di abbandonare l’idea di raggiungere Savannah, nel profondo sud a circa 300km (guarda caso sulla costa atlantica).
Optiamo invece per Stone Mountain Park, dove un gigantesco affioramento granitico fa la parte del leone tra le attrazioni turistiche del luogo.
Il parco si rivela un banalissimo agglomerato di strutture turistiche, con ben poche differenze da un qualunque parco di divertimenti conosciuto.
Unica vera attrattiva è un gigantesco bassorilievo (dicono sia il più grande del mondo, magari è vero, ma sembra che tutte le città vantino qualche “il più grande” in qualche categoria), che in qualche modo deturpa quello che la natura ha impiegato millenni a creare.
La vista che si gode dalla cima del monte è però spettacolare e merita in qualche modo il tempo impiegato ad arrivarci. Il paesaggio è un po’ lunare, e in lontananza si scorge il profilo di Atlanta. Inutile a dire che le fotocamere diventano bollenti, e qualcuno (io!) esaurisce persino le batterie.
Purtroppo non riusciamo a sfruttare il costume che con tanta furbizia abbiamo provveduto a vestire prima di partire (“You don’t want swim in that lake!”) e ci accontentiamo di provare a farci male giocando a palla su un prato di fronte il bassorilievo, in attesa di uno spettacolo di luci e colori.
Complice la pendenza del prato e l’erba scivolosa, quasi ci riusciamo, con grande gioia delle famiglie americane vicine.
Probabilmente non siamo riusciti a farci volere bene, sarà mica stato perchè attentavamo alle loro vite con lanci al limite del proibito nei pressi delle
loro postazioni? Chissà…

Finalmente alle 22 inizio il tanto atteso lasershow. Uno spettacolo di luci proiettate sul fianco della montagna, con un sottofondo musicale degno di nota, sembra una cosa veramente carina. Ogni tanto qualche fuoco d’artificio illumina l’area e tutto è un tripudio di effetti tecnologici e colori sgargianti.
Dopo un paio di canzoni, capiamo il vero motivo dell lasershow: una spudorata propaganda americana, volta a giustificare e ad esaltare le migliaia di morti nelle varie guerre inaugurate nel nome di una democrazia da esportare a tutti i costi.
Il sottofondo musicale sembra un inno allo sforzo militare americano e il pratriottismo trasuda da tutti gli astanti. Le immagini proiettate sono tutte
sullo stesso tema: bandiere a stelle e strisce a profusione, soldati di tutte le armate, aquile dalla testa bianca svolazzanti.
Pare proprio che gli americani non possano fare a meno di farsi fare il lavaggio del cervello. Applausi a tutto spiano, urla di eccitazione patriottica,
orgolìglio statunitense in tutte le forme, ci sentiamo un po’ a disagio e fuori luogo. Ci sentiamo un po’ come i neri di un periodo ormai lontano, quando
dovevano stare alla larga dai posti non loro e gurardarsi dai cappucci bianchi.

Ma dopotutto altrimenti non si spiegherebbero tante morti inutili, e come mai gli americani ci tengano tanto a essere sempre e comunque al centro degli interessi del mondo. Quasi riesco a capire perchè attirino tanto le antipatie di una buona parte di mondo: l’altra parte invece è troppo preoccupata a cercare di salire sul carro del vincitore per guardare oltre i facili proclami di buone azioni.

Per fortuna domani è un altro giorno, come direbbe qualcuno, e il Canada ci aspetta…

One thought on “I have a dream…

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